
Il percorso di analisi, inerente alla scrittura poetica, che mi trovo ad affrontare in questo blog, sarebbe incompleto senza la proposta di una voce, discreta e profonda, della poesia al femminile come quella di
Maria Rosaria Lasio. Leggendo la silloge
‘NOMINARE LE COSE’ che le appartiene se ne trova conferma, per la lettura, a suo modo gradevole, ma soprattutto in virtù della ricerca interiore, affrontata con silenziosa determinazione. L’autenticità del percorso di scavo psicologico appare evidente, studiando il lessico pregnante di significato eppure mai troppo oscuro da frapporre un ostacolo alla condivisione che i testi rivelano.
Un’istanza che è ricercata, difesa, con urgenza e responsabilità verso le problematiche afferenti alla comunicazione, ivi compreso il tema arduo dell’incomunicabilità mai da sottovalutare.
Il senso di un residuo, immanente alla coscienza, cui attingere per ricostruire memorie e stati d’animo fondanti è sottolineato da termini quali per esempio: “approdo, conoscenza, appartenenza, significanza e viandanza” (Inquieta essenza). Il ruolo giocato dalle scelte lessicali è davvero strategico. Pervade ogni testo l’esigenza di filtrare e cogliere i dati salienti, ricostruire relazioni originarie per giustificare un presente che deve raccordarsi con gli altri tempi dell’esistenza, ad onta di irrisolvibili contraddizioni legate alla finitudine umana.
Il rapporto, tra gli uomini, i trapassati e il futuro, si apre alla responsabilità etica per Maria Rosaria Lasio, senza pretese di scalfire il mistero metafisico che sottende il tutto. Nel secondo testo qui presentato ( Evento), il tono si fa di elevata denuncia, sebbene l’autrice non sveli tutto l’arcano, ma lasci libero d’interpretare e contestualizzare il lettore. Prevale comunque il sentimento di una censura, prima di tutto, ma non solo, psicologica, verso ciò che per definizione è assolutamente innaturale ed errato, la dove si afferma a chiare note: “…Non ho alternative e spengo i neuroni…” Ritrova poi un suo spazio, nella chiusa, l’interrogativo sull’esistenza, e quello gnoseologico, che impongono all’uomo di recuperare maturità di giudizio, attraverso una lotta fatalmente da percorre in solitudine.
L’ultimo rilievo da fare è un ringraziamento alla Casa Editrice Fermenti, di Velio Carratoni, per aver ospitato la silloge. E’ una conferma, peraltro non necessaria, ma molto gradita, della qualità che la contraddistingue da sempre.
La parola dunque ai due testi citati di Maria Rosaria Lasio: Inquieta essenza ed Evento.
Buona lettura! Marzia Alunni
Inquieta essenza
A star ferma qui
affondano i miei piedi nel pantano,
e non basta lasciar andare gli occhi,
gettare la lenza più avanti
per pescare un approdo lontano,
più calmo, più mio.
E anzi è proprio nel punto
in cui acqua e cielo si fondono,
che la mappa della conoscenza
s’allarga e disarma d’un tratto
ogni appartenenza.
E’ forte e debole
il mio codice di significanza:
la distanza interpreta
come sillaba di un discorso
ancora di estraniamento.
Mi stanco sempre di tutto in fretta,
e pesa, pesa la valigia che porto con me
anche dopo averla liberata
del superfluo e d’ogni rimpianto.
Non viaggio ma viandanza
al presente inseguo
come in-quieta mia essenza.
Maria Rosaria Lasio
Evento
Ci vuole un altro cielo e altri pensieri
per uscire dalla rappresentazione.
La tragedia in presa diretta,
l’indignazione telecomandata.
Non ho alternative e spengo i neuroni.
Ingoio le parole come nastro incastrato.
Solo il silenzio a dire l’indicibile orrore,
tanto il cuore continua a pulsare
sangue e rabbia e desolazione.
Sottrazione alla luce e alla commiserazione
ai flash e ai battimani, allo scorrimento
di immagini e di inquadrature…
Non spiego, non mi spiego, non mi piego.
Ma alla fine è un pensiero l’addendo
che lento risale come lenza dal pozzo
disperato e solo.
Maria Rosaria Lasio
In Fig. [Edward Hopper: compartment C car, olio su tela 1938]