giovedì 24 marzo 2016

E' USCITO "IL CANZONIERE UNICO" DI MARIA GRAZIA LENISA



Nel secondo volume dell’antologia delle opere di Maria Grazia Lenisa, intitolato  Il Canzoniere Unico, il genere della poesia erotica è originalmente rivisitato, per evocare un tipo differente di amore, con accenti nuovi e sicurezza di dettato. Nell'opera, dedicata all'amico scomparso Giulio Palumbo, tutto, anche l’eros, allude all’Oltre, nomina il Sacro, ma senza rigidità dogmatiche o banalizzazioni.
 Cristo appare quasi sempre da un testo all’altro, a tratti come un ragazzo, più spesso è una moderna vittima sacrificale, ma al di fuori di un tempo e di uno spazio particolari perché li abbraccia tutti. Con la Madre, si palesa nel mondo, fra gli amanti, i peccatori ed i poeti, in una girandola di colori, suoni, parole mistiche, o persino irriverenti, ma profonde nell’allusione sacra. 
Maria Grazia Lenisa corteggia la morte, scherza con la gioia-dolore, dominando l’ambiguità dialettica di genere e che s'instaura tra finitudine e vita. La sua poesia gioca e s’infiamma di un Eros che inquieta con le sue acute ombre e sembra congedarsi dalla vita, ma non dalla scrittura che, per suo merito, continua a stupire e non ha mai fine.     

[ Marzia Alunni - dalla biografia / Presentazione del libro alla BCT di Terni, 2  marzo 2016 ]


               [ sito: http://www.bastogilibri.it  ;  e-mail: bastogilibri@alice.it ]


                    CANZONE
                         XIII°

Questi giovani persi, tatuati, forati dagli anelli,
                    queste bocche oscene…

Innamoriamoci di Cristo allora: è bello, all’angolo
     dell’occhio lo sguardo orienta a un mondo
                               parallelo.

Lavora nel mio orto, non lo riconosco, a volte,
      risparmia acqua e sole, non mi guarda.
Pio ecco d’improvviso il colpo di fulmine…
              Se mi morde la vipera.
succhia il mio sangue, mi toglie le scorie
                        di veleno.

Questi giovani drogati da una follia scema,
spesi per guerre infami, sciupati come cani
da caccia verso prede inermi, questi poveri
                  cani sambernardo nati
             invece per soccorrere la sete…

Innamoriamoci di Cristo allora: iracheno,
afgano, americano, purché scalzo assomigli
                         ad un re.
Innamoriamoci di un pazzo con la bandiera
bianca contro un carro armato, innamoriamoci
                             di Te
   Cristo in questa luce fatua ove la bestia è
umana e l’uomo bestia da macello o macellaio.

Tu bello! Semplicemente bello come un essere
spaesato,
              tenero come un americano
              che impazzisce in battaglia…
                      Innamoriamoci
            di chi dà la vita per un altro.

La madre viene con tutti i veli, i costumi dei popoli,
           prepara l’harem per il ‘Padre Nostro’
come fosse canzone d’amore. Tutte nuore di Maria

allora, donne innamorate, disposte a tutto per aver
          salva attraverso il dolore l’anima. 

Maria Grazia Lenisa
 


mercoledì 4 settembre 2013

Nuovi Salmi: Stupore e Bellezza. Una nuova icona d’amore.

        Foto: Presentazione del libro Nuovi Salmi tenutasi a Favara il 15 Luglio scorso


In una foto della Sicilia, e in tante altre inviate dall’astronauta Luca Parmitano dalla Stazione Spaziale Internazionale, ho colto quella sensazione di stupore e bellezza che ha aperto il suo cuore “tecnologizzato” mentre si trovava a solcare gli spazi cosmici.


Una tale emozione, sottile e forte al tempo stesso, si fa uscio di un processo di consapevolezza che slarga i confini di una dimensione terrigena e si fa terreno in cui può radicare un’apertura verso un cosmo interiore, dimensioni essenzialmente speculari, interno ed esterno divenuti “anima”.

Vorrei soffermarmi proprio sulla Bellezza e lo Stupore nel loro essere essenziali, sostanziali, matrici e motrici della parola poetica.

Era il giorno che Dante incontrò Beatrice, nel 1274: scrive, nella Vita Nova: ”Ecce deus fortior me, qui veniens dominabitur mihi” (Ecco il dio più forte di me che viene a dominarmi”.

Questa divinità è Bellezza, non nella sua accezione estetica ma, come scrive Henry Corbin è “la teofania suprema, autorivelazione del divino”. Bellezza è la creazione in quanto manifestazione; è l’anima mundi, per dirla con Hillman, senza apparenze, così com’è. La Bellezza è percepita dal cuore che “pensa” in modo immaginativo: ancora Hillman fa riflettere sull’atto di conoscere e amare simultaneamente per mezzo dell’atto immaginativo.

Ancora Corbin: “Caratteristica del cuore non è il sentimento, bensì la visione…E’ nel cuore che il mondo immaginale mostra all’immaginazione le essenze della realtà…I sentimenti sono il dono delle cose”.

Instaurata una situazione dialogica, l’atto supremo dell’Immaginazione Creatrice è costituito dalla preghiera: in ciascuna parola immaginifica della preghiera vi è un roveto dove arde Dio. Dio è nel cuore come Bellezza, come amore, come parola immaginifica, come Poesia. La parola poetica, scrisse la Yourcenar “è la traiettoria dell’anima che fissa il non detto”, che attinge ad un dimensione profonda, che giunge al sacro transitando attraverso l’anima e ricolmandola. L’uomo, il poeta, nel cuore è veramente se stesso per dirla con Sant’Agostino, nelle sue Confessioni (X, 3): “…cor meum, ubi ego sum quicumque sum…”.

Vedere, dunque, attraverso il cuore immaginifico, permette la conoscenza in se stessi della natura e dell’uomo. Dall’interno. Entrambi si fanno presenti nell’essenza, entrambi si “consacrano” donandosi un incontro d’amore, mettendo a nudo la propria spiritualità.

Bellezza e Stupore sono in questo connubio: lo stupore tocca il cuore nello sguardo immaginifico che ama. Quanto è infuso di stupore, in primis, e di bellezza e amore il momento straordinario dell’Annunciazione dell’Angelo a Maria di Nazaret: è espressione di un’assoluta forza creatrice; stupore, bellezza e amore non possono essere scissi, sono un tutt’uno, è l’atto creativo costante, vitale. Come scrive Teilhard de Chardin, è il legame con la divinità, “creare è unire”. E’ la preghiera che unisce Dio alle creature, la preghiera come pensiero immaginativo che pensa, vede, ama. Anima e corpo sono un unicum alla luce dell’amore, sono l’esistere individuale trasfigurato in esistere collettivo, corale, cosmico. In questo esistere, in questo andamento cosmico, la spiritualità slarga a dismisura la coscienza nella dimensione cristica d’amore.

Preghiera, dunque, come relazione emersa nella carne vivente; dialogo che richiede lo svuotamento dell’ego autocentrico, una condizione intima ricettiva e di ascolto per l’interazione. Qui, infatti, l’interazione ha un Io umano, molto umano, e un Tu immensurabile, indicibile, sentore che apre vette e abissi ossimoricamente combacianti. In questa relazione profonda l’epifania individuale assume un volto universo.

I Salmi biblici sono la distillazione essenziale della preghiera, del canto, fiamma che brucia senza mai consumarsi. Sui Salmi, vorrei rimandare alla lettura di quanto scritto nell’Introduzione, in modo maturo e sensibile e infuso d’anima, da Vincenzo Bertolone.

Ed ecco i Nuovi Salmi… Da un’idea, o da un’urgenza, estremamente ardite, di Giacomo Ribaudo e Giovanni Dino.

L’ardire nel costruire pietra su pietra un tale edificio poetico…

L’ardire… nell’alchimia della poesia, o sarebbe più opportuno chiamarla fede nella Poesia..

A ciascun poeta…un Salmo da “riscrivere”: un faccia a faccia col roveto ardente, relazione e dialogo assoluti perché il Salmo è la radice, la sorgente, la domanda cui deve consegnarsi una risposta tratta da se stessi, cui deve rimandarsi una goccia che va controcorrente, cui deve innestarsi la fiamma nella fiamma con un unico ardore o nell’unico ardire.

Con il proprio Salmo da “riscrivere”, il poeta vive quell’attimo misterioso e sacrale dello Stupore, della Bellezza che colano dentro la parola folgorandola, sacralizzandola, rendendola Parola maiuscola, sacra perché ricolma di simboli, ricolma d’anima.

Con la scrittura del Nuovo Salmo, il poeta pensa ed ama con il proprio cuore immaginifico, divampa del fuoco sacrale che fa fondere i propri sentimenti fino a non fare alcuna distinzione fra le cose perché la relazione Io – Tu sacralizza e rende il vivente consapevole e intero.

Il volto individuale del poeta, che non può assolutamente pensarsi circoscritto nelle e dalle proprie limitazioni, si sublima nel volto dell’uomo planetario; la divinità nascosta nel segreto intimo di ciascuno, parla attraverso tutti i volti, trasfigurazione corale, nuovo telos dell’umanità.

Si offrono, adesso, alla nostra lettura, alla relazione, i Salmi biblici e i Nuovi Salmi: entrambi non sono una somma: i primi più i secondi. No. Entrambi sono una nuova cosmovisione, una nuova icona d’amore.

Offriamoci al corpus di poesia, al corpus di preghiera poetica dei Nuovi Salmi: certamente è impossibile, in questo contesto, dare spazio di lettura a tutti i componimenti; non è neppure adeguato estrapolarne una campionatura come ugualmente scrive Barberi Squarotti nella Prefazione. Ciascun Nuovo Salmo è una soglia verso l’inesprimibile che pure si fa Via d’Espressione; in ciascuno vi è la carne di Parola che incarna il manifestarsi del cuore che pensa e che ama, che incarna la stessa anima cosmica.

Il Salmo è una soglia, dicevamo: pure da quella soglia si ha talvolta la tragica visione di tempi e luoghi di durezza, di creature indigenti, di popoli nella lotta, inabissati nella dignità di uomini. Si fa istantaneo il grido, l’imprecazione ma si fa, al contempo, presente l’azione nella speranza.

Ovviamente, i Nuovi Salmi non hanno un veicolo espressivo, una scelta formale univoca: ogni composizione arpeggia sulla personale poetica di ciascuno dei 150 poeti, ciascuno con un cuore che sente stupore e pensa bellezza a suo modo, nella propria singolarità.

In quanto ai motivi, ai dettati dei Nuovi Salmi, pur se il filo conduttore è la Presenza della Divinità che riporta all’unità, gli atteggiamenti dell’anima sono vari e penetrati da molteplici tessuti di vita: il grido esistenziale e l’inno supremo; le terre rossigne di sangue e i pascoli erbosi dove a regnare è la pace conquistata dell’anima; vi è la supplica per quanto è anelito dell’anima e necessità corporale e poi il ringraziamento per tutte le elargizioni della divinità; il canto metaforico al “sacramento” della luce, al suo avvento, affinché snebbi le tensioni e le notti catramose nella mente e negli occhi degli umani.

°°°°°°°°°

Vorrei soffermarmi, invece, sui quattro poeti che fanno parte della sezione “autori scomparsi”.

Il mio vuole essere un approccio ai testi senza influssi eruditi ed accademici, testi da leggere non da soggetto a oggetto ma da soggetto a soggetto, da persona a persona instaurando un proficuo ed intenso colloquio.

Francesco Graziano.

L’incipit drammatico della composizione di Francesco Graziano “Dal Salmo 22 e/o 88” ha una postazione di partenza di assoluta oscurità: “Ombre su ombre addensano le ore…nel buio della notte”. “Buio” ed “ore” sono i cardini iniziali che vanno trascesi, per i quali necessita un antidoto che li trasformi, che li alchimizzi in luce e in tempo eterno o non tempo o tempo presente. Il poeta ricorre ad un misterioso avvenimento che disgrega il connubio negativo che intercorre tra cuore e mente e lo porta in un’esperienza positiva. Così dall’oscurità erompe “la Tua luce” (in un’accezione assolutamente non materica né umana) mentre il tempo nell’immagine di stagioni vorticanti (“Il tempo ruota e mescola le carte”) concede al poeta la visione simultanea delle proprie e varie esperienze esistenziali. Gli ultimi versi si fanno, così, connotativi e metaforici di luce e vita: “All’improvviso esplosione/ di idee e di sogni:/la polvere della vita/ è sulla schiena del mondo”. Parole che esprimono la forza e la volontà di vivere possedendo pienamente il proprio presente.

Maria Grazia Lenisa.

Quello di Maria Grazia Lenisa “Dal Salmo 137” è il Salmo dell’anelito al canto. Il basalto motivazionale è un contesto di esilio, di estraneità ad accadimenti mondani, corporali, animici. (Ricordiamo che a questo stesso Salmo si rifanno, fra gli altri, i poeti Quasimodo e Ungaretti con versi memorabili.) L’impossibilità del canto, invero, non permane nell’intrinseca dimensione statica ma conduce ad un’antitetica dinamicità: si scrive “non canto” ma si legge, si sente “canto” nell’ardore dell’anelito. E’ come respirare la luce del sole mentre c’è il buio, come inzuppare di questa luce la pagina bianca che si fa vibrante arcobaleno nella parola. Così, ogni verso diviene struggente e quello che dovrebbe essere un silenzio nullificante si fa cantico dell’anima invincibile. “Ogni notte/sogniamo di riposare nella tua notte/ quieta”: quanta contrapposizione fra la tormentosa notte della realtà e la notte del sogno, della visione, del desiderio che dona già nella dimensione immaginifica la quiete nella divinità, quiete senza ambasce e tormenti. Ancora altre contrapposizioni:”Il nostro cuore/maturo d’amore/e di disperazione”. E ancora:”Appendemmo ai salici le nostre arpe,/a che cantare/ quando il cuore si spezza?” E poi: ”Ma solo il vento sfiorerà/ le nostre arpe…”: dal canto non possibile all’ascolto possibile, all’attesa, all’aspirazione del proprio intimo essere a darsi nell’espressione sia vocale sia di scrittura. Di certo è che qualsivoglia influenza esterna non può essere totalmente determinante a contrastare un intimo prorompente, a realizzare quanto gli è congeniale. Questo perché il canto non è ornamento o fatto esteriore, ma essenza vivificatrice.

Pierluigi Morosini.

I versi di Pierluigi Morosini, titolati “Einstein” non hanno la matrice in un Salmo ma ben si incastonano nel contesto. In questo componimento, il dibattito annoso tra scienza e fede non ha motivo di sussistere perché l’anima del mondo, la sacralità insita nel tutto impregna l’esistente, si fa connaturale alle leggi fisiche e biologiche. I versi ci presentano, con una naturalezza disarmante, un immaginario cenacolo amicale tra il grande scienziato e l’Essere Divino nel portico della casa di Princeton che qui assurge a nido cosmico, allietato da musiche mozartiane in stretta consonanza con quelle universe. Il dialogo tra i due tocca i temi delle leggi fisiche del cosmo, del libero arbitrio, della disobbedienza nella sua correlazione con la creatività, e della moralità come costruttrice di pace e di interrelazione positiva. Bellissimi versi che sanno togliere le distanze, attraverso la poesia, tra le grandi dicotomie, le grandi apparenze, facendosi auscultazioni dell’altrove misterioso, voce scientifica e voce religiosa fuse nella suggestiva forza poetica dell’uomo cosmico.



Karol Wojtyla.

Raccogliamo e custodiamo nel più intimo del profondo nostro i versi di Karol Wojtyla perché qui vi è l’ubi consistam della poesia, Salmo tra i Salmi, voce pura e non contaminata, eterna ed eternatrice. La visione poetica di Karol, dall’abbagliante nitidezza, è il suo modo di essere anima, di essere sacralità e al contempo essere nel mondo. Ha la purezza e il pudore di un arcano celato nelle proprie cellule e nel cuore, un arcano vissuto. Il poeta vede, cioè conosce in se stesso la natura e l’uomo, li conosce dall’interno; gli sono presenti. E’ tutto uno spirito francescano ad essere prorompente nello sposalizio sacrale di amore e conoscenza, di natura visibile e spiritualità invisibile coniugati nell’amore universo. Il poeta Wojtyla è nel tempo presente che è quello della giovinezza animica e spirituale resa, da una aggettivazione variegata e altamente connotativa, come “ritmo stupendo”, “angelica”, sospinta dalla “nostalgia” e “ardente”. E’ incommensurabile la felicità del poeta che ha il petto “dilatato” in un canto che radica nei primordi cioè in ogni tempo, felicità perché ha sentito svelata nel proprio canto la melodia del divino, la Sua Parola. Il canto estatico svetta oltre ogni misura: si fa Poesia. La Divinità stessa è Poesia. Un Magnificat da considerarsi saggezza sinfoniale. Un Magnificat che si fa dono di Bellezza, che ci avvolge in un’onda d’estasi”.



                                                                                                                                    Ester Monachino



Francesco Graziano


Dal Salmo 22 e/o 88



DiArio DALLA tempest A (18 settebre 2008)



Ombre su ombre addensano le ore

disposte attorno al cerchio di un sorriso

cercato a lungo nel buio della notte

quando ancora il silenzio vibrava nella testa

e creava fuochi: esplosero le ombre

all’improvviso; s’aprì la nebbia

e forse allora apparve

nel buio della notte

la Tua luce. La intravedo

e non credo a me stesso

all’oggi se ripenso

a ciò che fu: scorreva tra le nebbie

verso il fondo il tempo.

E fu l’inferno.



Nel tunnel occhi chiusi

il ticchettio segna il tempo,

scansiona il corpo,

cerca il mistero: cosa ruppe

l’equilibrio del cuore, un mistero.

Le stagioni si aprirono e si chiusero

nella testa e nel cuore. Cosa accadde?

Il passato appiattito sul presente

e il presente tutto sul passato.

Il tempo ruota e mescola le carte

e i giorni e gli anni

ciò che è stato è

o sarà; e intanto accade.



Ah riprendere il bandolo del tempo

che si snoda in giorni

tutti uguali.

Tra ombre e silenzi ricontando

le ore per disporle dentro i giorni

e nei mesi e negli anni: appaiono i fantasmi

del passato, le ombre del presente

in un vortice:

oggi c’è frastuono d’ore

con colpi che rompono la notte.



Aspettando tra le ombre della notte,

quando ancora il silenzio sembra farsi tarlo

che scava e fa le cose inquiete,

si scoprono maglie disposte lungo i giorni

parole spezzate tra eventi consumati;

aspettando sapendo che il silenzio

se vibra apre varchi

come quando il sogno era amico

e faceva sorrisi da lontano.



All’improvviso esplosione

di idee e di sogni:

la polvere della vita

è sulla schiena del mondo.







Maria Grazia Lenisa


Dal Salmo 137



“Cantateci i canti di Sion…”



“O Sionne bruna d’olivi

non ti potremo dimenticare,

come dimenticare i passi

che ci staccarono dal tuo cuore?

Ogni passo che ci allontana

da te,

accresce il nostro pianto, ogni notte

sogniamo di riposare nella tua notte

quieta.



Siamo giunti alle rive dei fiumi

di Babilonia

sulle rive dei fiumi

ci siamo posti a sedere.

Chi potrà dire la tua bellezza

Sionne,

la tua alba chiara sulle palme, il tuo calore

sotto il piede nudo?



Appendemmo ai salici le nostre arpe,

a che cantare

quando il cuore si spezza?

Il nostro cuore,

maturo d’amore

e di disperazione.



“Cantateci i Canti di Sion!”

Le donne di Babilonia

fremono come canne

nell’attesa di un canto,

le donne di Babilonia

cercano il giovane esule

a cui donare l’amore.



Ma solo il vento sfiorerà

le nostre arpe,

il vento darà suono di pianto.

Come cantare i Canti di Sion

in terra straniera?



Gerusalemme sei al di sopra

Del nostro dolore,

o Gerusalemme

non ti potremo dimenticare”.



(tratto da “I pensieri di Catullo” – 1958 – in “Verso Bisanzio”; BASTOGI; Foggia; feb. 1997)







Pierluigi Morosini


Einstein


OMAGGIO A LAURENCE A. MARSHALL*



Le sere d’estate Einstein e l’Essere Divino

avevano preso l’abitudine di sedersi

in due vecchie sedie a sdraio

sotto il portico della casa di Princeton

guardando i colori e la serena malinconia del tramonto

ascoltando un po’ della forte leggerezza di Mozart

e scambiando di tanto in tanto qualche parola.



L’Essere Divino un giorno si lamentò

di essere troppo spesso invocato e supplicato per fare miracoli.

“Io non gioco a dadi, – disse –

non voglio interferire con le leggi che ho dato al mondo

e non mi sembra giusto creare confusioni e privilegi.

Mi piace sentirmi più piccolo del mio grande

e ingegnoso disegno.

Anche se mi piacerebbe che qualcuno mi chiedesse

di far fiorire in inverno

la semplice e folgorante bellezza

di un prato di montagna a luglio”.



Einstein allora gli disse:

“Ti capisco. Anch’io farei lo stesso.

Ma vorrei farti almeno una domanda:

Sai che mai cercherei di sapere da Te

qualcosa sulle leggi del mondo naturale,

neppure su quel maledetto gatto di Shroedinger,**

perché è mio dovere e mio orgoglio cercare di chiarirle

senza aiuti di favore.

Ma dimmi qualcosa sulla moralità”.



“Qui mi cogli un po’ impreparato –

disse allora l’Essere Divino

dando una spinta più forte alla sedia a sdraio –

In verità questo ti posso dire:

che ho voluto per un divino paradosso

che l’uomo si potesse comportare

come se fosse libero di scegliere

e che preferisco coloro che non obbediscono

alle leggi emanate dalle mie varie manifestazioni,

ma solo al comune imperativo di seminare pace

aiuto reciproco e buona volontà”.



Einstein respirò un bagliore rosso arancione del tramonto,

sorrise e alzò il volume

della musica di Mozart



* Autore dell’articolo su Einstein, The Sciences, Luglio-Agosto 2000.

** Il paradosso del gatto di Schrödinger è un esperimento mentale ideato da Erwin Schrödinger allo scopo di dimostrare come quella che era l’interpretazione classica della meccanica quantistica (l’Interpretazione di Copenaghen) risulta essere incompleta quando deve descrivere sistemi fisici in cui il livello subatomico essere incompleta quando deve descrivere sistemi fisici in cui il livello subatomico interagisce con il livello macroscopico.







Karol Wojtyla


Magnificat (inno)


Esalta, anima mia, la gloria del Signore,

Padre d’immensa poesia – così buono.



Egli ha cinto la mia giovinezza di un ritmo stupendo,

ha forgiato il mio canto sopra un’incudine di quercia.



In te risuoni, anima mia, la gloria del tuo Signore,

Artefice dell’angelica Sapienza – Artefice clemente.



Ecco, riempio fino all’orlo il calice col succo della vite

nel Tuo convito celeste – io, il Tuo servo orante –

grato, perché misteriosamente rendesti angelica la mia giovinezza,



perché da un tronco di tiglio scolpisti una forma robusta.



Tu sei il più stupendo, onnipotente Intagliatore di santi

– la mia strada è fitta di betulle, fitta di querce –

Ecco, io sono la terra dei campi, sono maggese assolato,

ecco, io sono un giovane crinale roccioso dei Tatra.



Benedico la Tua semina a levante e a ponente –

Signore, semina generosamente la tua terra

che diventi un campo di segale, un folto di abeti

la mia giovinezza sospinta dalla nostalgia, della vita.



La mia felicità – grande mistero – Ti esalti

perché hai dilatato il mio petto in un canto primordiale,

perché hai permesso al mio volto di tuffarsi nell’azzurro,

perché hai fatto piovere nelle mie corde la melodia

e in questa melodia Ti sei svelato in visione - attraverso il Cristo.



- Guarda davanti, Slavo! io falò di Sobótka

Non ha perso le foglie la quercia sacra, il re degli alberi

             non si è inaridito,

anzi, è divenuto come un dominatore ed un sacerdote del popolo.



Esalta, anima mia, il Signore, per un silenzioso presagio,

per la primavera echeggiante di gotica nostalgia,

per l’ardente giovinezza – il calice inebriante del vino,

per l’autunno che ha sembianze di stoppe tristi e di erica.



EsaltaLo per la poesia – per la gioia e il dolore!

– Gioia di dominare la terra, il cielo e l’oro,

perché nelle parole s’incarna la delizia e l’ardore delle generazioni,



perché Tu cogli questa maturità che Ti si stende davanti.



Dolore – la tristezza dell’indicibile

quando la Bellezza ci avvolge in un’onda d’estasi,

Sobótka la festa pagana celebrata con canti e danze intorno

ai falò nel giorno di San Giovanni.



Dio si china sull’arpa – ma sulla distesa rocciosa

il raggio si spezza – manca forza alle parole,



mancano le parole. E mi sento un angelo caduto –

una statua sul pietrame – sul piedistallo di marmo;

ma Tu alitasti nostalgia nella statua e nello slancio delle braccia



così si solleva e anela – uno di questi angeli io sono.



E ancora Ti esalto perché Tu sei l’approdo,

la ricompensa d’ogni canto – il giorno del sacro pensiero –

e la gioia echeggiante dell’inno materno,

il silenzioso compimento della parola – Sei il Culmine, Elì!



Sii lodato, Padre, per la tristezza dell’angelo,

per la lotta tra canto e menzogna, il combattimento ispirato dell’anima–



–Tu annulla in noi l’amore per la parola

e spezza la forma che, come un uomo vano, si gonfia.

Cammino sui Tuoi sentieri – io, un trovatore slavo –

suono durante i sobótki per pastori e ragazze tra le greggi,

– ma il canto orante, il canto immenso come la terra

lo getto al piede del trono di quercia, a Te Unico.



Sii benedetto, o canto tra tutti i canti!

Sii benedetta, semente della mia anima e della luce!

Esalta anima mia, Colui che ha gettato sulle mie spalle

il velluto e il raso sovrano.



Benedetto è l’Intagliatore di santi, Slavo e profeta –



Abbi pietà – io canto come un pubblicano ispirato –

Esalta, anima mia, con il canto e l’umiltà

il Tuo Signore, con l’inno: Santo, Santo, Santo!



Il canto, ecco, si unifica: Poesia – Poesia!

– il grano anela come l’anima mia, che soffre insaziabile –

– che i miei sentieri si stendano all’ombra di querce, di betulle,



che la mia giovane messe sia gradita al Signore.



Libro Slavo di nostalgie! Echeggia sui confini

come gli squilli degli ottoni nei cori di resurrezione,

con vergine canto sacro, con una poesia reverente

e con l’inno dell’Uomo – Magnificat di Dio.


(Cracovia, 1939, primavera-estate)



martedì 2 aprile 2013

La Salvezza

L'esperienza del religioso, compresa attraverso le varie etimologie del termine, rimanda per più aspetti all'approccio linguistico. Il segno è testimonianza, eppure scandalo, del rivolgersi a Dio inteso, secondo R. Otto e gran parte della tradizione, come il "Totalmente Altro". Ma in che modo lasciare il segno del proprio dialogo con il divino? E' possibile, infatti, come sosteneva un sacerdote agostiniano di mia conoscenza, "litigare" con Dio, implorarlo, raccontargli i fatti propri, giocarci e tentare di... sorprenderlo. Il risultato finale stupirà gli uomini, ma sarà infinitamente più vicino al vero di un ossequio rigido e formale, espressione del religioso come esclusivo vincolo.  I testi che introduco, tratti dall'Antologia Nuovi Salmi, CNTN, cercano un canale differente per rapportarsi al divino, passando attraverso la tradizione mistica che sempre ha prestato attenzione a questa viva dinamica.  Il silenzio, che sembra caratterizzare l'approccio con Dio più estremo, può essere rotto da scelte linguistiche di confine  (Van Buren) nella piattaforma del linguaggio, il rischio è parte della libertà del dialogo tra uomo e Dio, ma ne vale la pena.

 Il testo di Franco Loi appare coinvolgente, le invocazioni sfiorano l'irriverenza, ma si lasciano apprezzare per la confessionalità che ha il sapore della sacra rappresentazione, il grido arieggia lo spirito jacoponesco, e mi ricorda "O Segnor per cortesia..." .  In una sorta di riconoscimento della bassezza umana, densa di peccato, scopriamo infatti la scaturigine della vera speranza.  L'uso del dialetto ci avvicina dunque, nella semplicità evangelica, sebbene richieda l'attenzione del lettore in misura assolutamente necessaria per non lasciar cadere la tensione invocante.

Del pari trovo interessante la proposta di Gio Ferri.  Improntata alla visione mistica di Eckhart, la sua scrittura propone anche un collegamento con il medioevo diretto ed essenziale, proponendo una scrittura centrata sul veronese, tra il volgare del passato e l'attuale. Diceva il famoso mistico: "...tutte le creature sono cosa meschina ed un puro nulla in rapporto a Dio. " (Ecce mitto angelum meum; Sermoni tedeschi; citazione tratta da http://www.gianfrancobertagni.it/Discipline/misticacristiana.htm).  Non era solo un invito all'umiltà, piuttosto la dichiarazione di uno statuto ontologico precario che solo Dio può riscattare, ab eterno, quando la grazia divina e l'umanità implorante s'incontrano.

Chiude il discorso il Salmo di Mariella Bettarini, dal ritmo incalzante come il battito del cuore.  Molto kierkegaardiano è quel Tu assoluto,  che si manifesta in ogni aspetto della vita e domina il testo. Dio interviene a salvare dall'isolamento e dalla morte spirituale quel "me", consapevole della propria fragilità e orante davanti all'Altissimo. Il risultato è quello di un testo che commuove, senza retorica, e induce a riflettere. Molti oggi potrebbero interiorizzare il grido "tutto ciò che di me è me/.... fa che si salvi".  E' un'istanza di valore irrinunciabile della fede cristiana, strutturata sulla dimensione escatologia, universale quanto individuale.
                                                                                                          Marzia Alunni

Franco Loi



Dal Salmo 22


Diu, Diu, perché spüâm ‘me a ‘n sciatt?

La vûs l’è fiapa, g’û vöja a bacajà…

Ciami de dî, mai che respund un ratt,

e la nott el tò silensi el fa cagà…

Me cünten d’un bun Pàder che vör ben,

che se fa fort di òmm e del pregà

ch’aj nòster nonn te ghé ras’ciâ el cren

e i noster barba, marsc de malatia,

ti é tirâ via di pèttul al ciel seren….

Gh’è vûs e vûs, se sa, ma la busia

L’è minga roba nostra, e i safurment

je dìsum nüm ‘me lur j Avemaria,

ma lur ti é perdunâ e a nüm turment.

El su che sunt un vèrmen, un me zòm,

un cadenâss per tücc e merda al pòpul

e quèj che san de mì ne fann un pòm,

stòrgen la bucca, pö spüen i gàndul…

Sun lì ‘n genögg per Tì, e Tì te fìs’cet

che ‘l cör l’è minga san, e i caracul

se fann dopu ‘n bell bagn e ‘n bun ras’cett…

Sì, l’è vera, sunt un vuncisciun,

un magna pan e figa, un viaculvent…

Ma chi l’è stâ a cavàm föra del panscium

de la mia mamma? Seri nel sentiment

de Tì fina nel venter, m’àn fâ cujun

quan’ seri amô nel cubbi del tò vent…

Cusa te spèttet, dunca, Sciur Padrun?

Urmai ghe manca pòch a la stadera

E manca dumâ ‘n ghèll al panattun.

D’inturna a mi gira dumâ di menagram,

lucch che de mì e de Tì gh’emporta un fîgh

- pulitegh e rüffian, fjö de bestiam,

pòpul che vör fà dané sensa fadîgh,

gente che massa per slöja e per paüra

e dònn e òmm de ciula, e quj gran sîgh

di bagajètt s’cincâ e la gran scüra

de petroli, acqua spurca e veren

de l’aria che respirum e la calüra

de smogh ch’inversa un ciel mai pü seren.

El su, te gh’é resun, e mì sé fu?

Me pèrdi via ‘m’i òlter, stu lì a vardà,

e anca cun Tì sun fiacch, pes’g d’un frufru…

Dìsum che Diu l’è surd ma ‘l nost pensà

l’è istèss d’un tempural che cuatta el ciel

e gh’èm i urègg stuppâ, e per scultà

besogna vèss in dü a strepà ‘l vel…

Nüm bàjum a la lüna per natüra

e mai ris’cium quajcòss, la nostra part….

‘Me fèm a sentì Lü se nüm sèm surd,

dumâ bun de ciciarà e de fà i cart?

Ma Tì, bun Diu, dâgh ‘na scurlida al mund!

e dà ‘na man a mì, al Tò bambin,

che mì in de per mì sunt un giucund,

e quan’ me vègn de piang un püresin…

L’è che su no ‘me crèss, s’giunfàm de Tì,

cume rivà al pien de la cunsciensa,

‘me fàm de aria ciara squasi ‘me Tì…

Tì, dàm ‘na scurladina, e la passiensa

che vör el crèss, apèna un fiâ, un trèm,

cume quj stell ch’j lüs de la tua sciensa.



TRADUZIONE IN ITALIANO



Dio, Dio, perché sputarmi come a un rospo?

La voce è fioca, invano mi metto a protestare…

Chiamo di giorno, non mi risponde nemmeno un topo,

e la notte il tuo silenzio mi fa cagare addosso….

Mi dicono d’un buon Padre che vuole bene,

che si fa forte degli uomini e del loro pregare

e che ai nostri avi ha tolto il dolore

e ai nostri zii il marcio delle malattie,

li hai salvati dalle disgrazie e li hai portati al cielo sereno…

A ognuno il suo, si sa, ma la bugia

non è mica una nostra abitudine, e i sacramenti

li osserviamo noi come loro, i bigotti,

ma loro li hai perdonati e a noi dai solo tormenti.

Lo so ch’io sono un verme, un mezzo uomo,

un impiastro per tutti e il popolo mi giudica una merda

e i sapienti mi giudicano un frutto fradicio,

storcono la bocca, poi sputano i semi…

Sono lì in ginocchio per Te, e Tu mi sibili

che il cuore non è sano, e che le conversioni

si fanno dopo un bel bagno e una profonda raschiatura…

Sì, è vero, io sono uno sporcaccione,

un bullo da balera e donne, uno trascinato via dai desideri…

Ma chi è stato a cavarmi fuori dal pancione

della mia mamma? Ero nel sentimento

di Te perfino nel ventre, e mi hanno coglionato

quando ero ancora nella cuccia del tuo vento…

Cosa aspetti, dunque, Signor Padrone?

Ormai manca poco alla tua bilancia

e manca soltanto un pelo alla grande mangiata.

Attorno a me s’affollano ormai soltanto menagramo,

mascalzoni a cui di me e di Te non importa un fico

- politici e ruffiani, figli di bestie,

un popolo che vuol fare soldi senza fatica,

gente che uccide per noia e per paura

e donne e uomini che chiavano, e quei terribili gridi

di bambini violentati e la fetida oscurità

del petrolio che dilaga, dell’acqua sporca e i veleni

nell’aria che respiriamo e la caldana

di smog che stravolge un cielo mai più sereno.

Lo so, Tu hai ragione, e io stesso cosa faccio?

Mi perdo via come gli altri, sto lì a guardare,

e anche con te sono fiacco, peggio d’un giovinastro…

Diciamo che Dio è sordo ma il nostro pensare

è come un temporale che copre il cielo

e noi abbiamo le orecchie chiuse, e per ascoltare

bisogna essere in due a strappare il velo…

Noi abbaiamo alla luna per natura

e mai rischiamo qualcosa, la nostra parte…

Come facciamo a sentire Lui se noi stessi siamo sordi,

buoni soltanto di chiacchierare e poi interrogare le carte?

Ma Tu, buon Dio, dagli una scrollatina al mondo!

e dai una mano a me, al tuo bambino,

ché io con le mie povere forze sono uno sciocco

e quando mi viene da piangere un pulcino….

È che non so come crescere, gonfiarmi di Te,

come arrivare al pieno della coscienza,

come farmi d’aria chiara quasi come Te…

Tu dammi una scossa, e dammi la pazienza

necessaria alla crescita, appena un fiato, un tremolìo.

come quelle stelle che rilucono della Tua scienza.





Gio Ferri

Dal Salmo 69


L’OMO CHE PREGA*


I maestri dicono che Dio è un essere che tutto conosce. Ma noi

diciamo che Dio non è un essere, né è dotato di intelletto, e neppure

conosce questo e quello. Perciò Dio è libero da tutte le cose, e perciò

è tutte le cose.



                                                                 Meister Eckhart, “I sermoni”



Soto l’arcuo dell’altar,     le colone florilege

le∫ere che par sospe∫e    fra tera e sielo, se sta

sansa capèlo l’omo umilià     bastonà maltratà

bastiemà denudà     contadin o che rege sia

nudo sì non se dirìa.



Le palme mostra serade     disperade i déi ratrapii

in tra∫edia in timidesa     e dubitansa spetansa

revolto in ambasia al so Dio     che par che sia ne la stansa

e par invisibil ch’el scolta    ma consolar non se sente

tropo l’aura se stagna silente.



Vorìa dir che ne l’avel       d’altar vódo e libero

de∫erto de decori e vaghese       e de promese avaro

così de vose mute che      fra sogno de sielo e tera

solo te scolta l’eco       de la volta che vóda

la disperada speransa se svóda.



Ma l’orante sente drento sé     lo spirto de Dio indrento

lo spasio del só niente,     ch’el Dio de Tuto e de Niente

Elo mai non mente      anca s’el parla silente,

e promete a la ∫ente      de levigar la pena

con la levità de ‘na sabia de rena.



El Signor del Niente e del Tuto



el scolta infin drento de loro stesi

el doliar dei poareti, amisi, de dolor spesi.





Note

- Si tratta di una lingua ‘in-ventata’ che coniuga il veronese d’oggi con

quello primitivo di Giacomino da Verona a testimonianza dell’eternità

della preghiera.

- Fonetica: “S” sorda, equivale anche alla “S” doppia (il veronese non

prevede le doppie consonanti); “∫” sonora, come l’italiano “esile”.




Traduzione

L’uomo che prega:

Sotto l’arco dell’altare, le colonne raccolte in arabeschi / leggere che

paiono sospese fra terra e cielo, sta / senza cappello l’uomo umiliato

bastonato maltrattato / bestemmiato e denudato, contadino o re che sia

/ così che nudo non si può riconoscere. // Mostra serrate le palme delle

mani, disperate le dita rattrappite / in tragedia e in timidezza e in dubbiosa

aspettativa / rivolto in ambascia al suo Dio che sembra essere

nella stanza / e invisibile par che ascolti, ma non lo si sente consolare /

ché troppo silente stagna l’aria. // Vorrei dire che nell’avello dell’altare

vuoto e libero / deserto di decori e di colorate vaghezze e di promesse

avaro / di voci mute che fra il sogno del cielo e della terra / solo ti

ascolta l’eco della volta ch’è vuota / poiché della disperata speranza

si svuota. // Ma l’orante sente in sé lo spirito di Dio dentro / lo spazio

del suo niente, poiché il Dio del Tutto e del Nulla / Lui mai non mente

anche quando parla tacendo / e promette alla gente di levigare [alleviare]

la pena / con la leggerezza di una sabbia di rena. // Il Signore del

Niente e del Tutto / ascolta infino dentro a loro stessi / le doglianze dei

poveretti e degli amici dal dolore oppressi.





Mariella Bettarini



Dal Salmo 56



“i miei piedi – i miei passi –

le mie parole – i miei nemici –

il mio vagare – la mia paura – le mie

lacrime – la mia vita” – la mia ansia – la mia

insicurezza – il mio cercarTi: tutto ciò che di me

è me – ma che Ti appartiene –

che da Te

scende e proviene

Tu scioglilo – liberalo – raccoglilo –

Signore

fa’ che si salvi – Tu Creatore – Salvatore – Tu

Liberatore dalla morte – dalla caduta – mediante

la Tua Parola – il Tuo Libro – la Tua Presenza

mercoledì 23 gennaio 2013

L' ARDUA MISURA



Riporto la piacevole notizia della manifestazione "Verso Eros", letture di poesie al femminile e incontro con le autrici, in programma a Perugia il 3 febbraio 2013, all'Oratorio di San Benedetto ( in Via del Roscetto, 21). Per accogliere le poetesse ed i loro testi ci saranno momenti di riflessione critica,  di accompagnamento musicale e non mancheranno le suggestioni artistiche visive. Curerà in particolare la memoria di Maria Grazia Lenisa il giornalista / critico Sandro Allegrini, coofondatore, insieme al poeta e studioso Walter Plini, dell' Accademia del Donca.  Intanto, per entrare nello spirito dell'evento, propongo la lettura di un testo di Maria Grazia Lenisa, tratto da "L'ilarità di Apollo" (Bastogi, Foggia 1983), un vertice d'ineguagliata originalità.            Marzia Alunni
                                                                                                                           
   
LA DONNA RIDENTE



                                                          " Quelle Sorcière va se dresser
                                                             sur le couchant blanc? "
                                                                       A. Rimbaud



                          Il trono è d’oro.

La Donna Ridente, al guinzaglio le volpi

ammaestrate, raccoglie il sangue, si bagna

le tempie, tinge le gote, richiama i colombi

con un fischio acutissimo e si lascia

                              coprire tutta.





Il buffone racconta scene di coppie nude,

affaccendate nelle bizze dei sessi

                             con l’anima.



Lei sorrideva tra mille colombe

nei giardini del Tempo dove aprile

scoppiava tutto di forza virile

coi pollini sospesi dentro il fiato.



Ed ora s’apra la Fiera dei Corpi, scoppiò

                       le mani

e il Principe che amava con ripugnanza

estrema verso l’anima che si denuda

nei suoi velli odiosi, disse pacato:

“Mi piacciono i corpi, un po’ confusi,

rotolanti, nudi…” E Lei che aveva

                        un solo Corpo,

doppia, tripla divenne, quadrupla nel gioco

d’antichi specchi, impazzirono al gioco.






Il buffone mostrava le sue corna, intrecciate

d’anemoni e di rose e ridevano agli angoli

del mondo i cervi eburnei, scambiandosi rose.



Era una razza piccola di uomini, donne

servili, piene di rimorsi, con il grembo

di cenere, di nulla, negli schedari distrutti

                       del mondo.







Cacciò i colombi, si scrollò quei lievi

escrementi un po’ verdi e una fanciulla

con un corpo di scrofa vellutata, raccolse

                        i semi

con la lingua umana dai crogiòli salvati

e li posava sui rosei nudi d’esseri splendenti.



La regina ridente dal suo trono perdutamente

rise e si rivolse con il glifo d’Urano sulla fronte,

forse ammiccando finalmente all’uomo.




II°


La bella luce, i languidi colombi, la donna

antica che geme dal tronco, onde ne sbalzi

la mammella, il pube (nella corteccia

S’accendeva un volto, gemmava il piede…).

Smuove solo l’onda del fianco che si torce,

che dolora. E prima col coltello tirò

                      al pube

e gocciò linfa, urlava dentro il tronco

il demonio dell’albero, rinchiusi i foschi

rami in violenza di pugno.



Il bel poema, i limpidi ruscelli, “le donne,

i cavalier, l’arme, gli amori” (1), “il caro corpo

ed anche il caro cuore” (2), la volontà di gioia,

di poesia che si adatti allo strazio e

                        così sia.






Venne poi l’Uomo, forse dalle sfere remote

del pianeta, dentro gli occhi la trasparenza,

priva di rimorsi e, inginocchiato, con la bocca

                       sciolse

teneramente i contorni del corpo. Con l’albero

parlò nella sua lingua di Belva Arcana:

“Rivoglio il suo Corpo, più non mi serve

per tirare all’arco, spuntare frecce…”






Prosciugate le fonti della Vita eran tutte:

si contempla il bianco latte che versa

nel Tempo, la limpida placenta di cristallo,

la sua ghirlanda nella calda teca, il Seme

che feconda un’altra razza, Popoli di Parole

                        senza tempo.






La Beneamata sorrideva calma in gestazione

di millenni, attesa al partorire nei tempi

e il poema cresceva a dimensione di una stella.



E’ una progenie scampata al terrore, al freddo

ciclo delle stagioni tetre, colonia di emigranti

dentro il tempo, col pesco, con i simboli celesti.



Un dio sorrise, morse le sue pesche, s’apriva

                          un Buco

senza fine. Valse sempre la pena vivere

nel tempo, non resistere al Ritmo d’Universo.



                         Maria Grazia Lenisa



(1) Ludovico Ariosto
(2) Arthur Rimbaud



QUALCHE SPUNTO DI RIFLESSIONE SU LENISA


“... I suoi versi sono densi e belli, nascono da una sensibilità raffinata e da una cultura di profonde radici, mai esibita....”     PRIMO LEVI (Torino, 30 ottobre 1985)[ http://www.literary.it/autori/dati/lenisa_maria_grazia/txt/lilarita_note_critiche.html ]

“…Per questa tessitura composita le immagini sono come scarnite, non hanno spessore, perchè appartengono all'ordine esistenziale, tracciano soltanto vicende affettive, impulsi sessuali, sogni di possessi dorati, e riversano sulle cose, anche gli animali, le piante, gli oggetti quotidiani, una fissità atona, come un riverbero lucido e immobile. Le cose sono il controcanto, l'opposizione, l'ombra del chiaroscuro, e il ritmo del discorso si regge invece sull'itinerario vitale del soggetto che ne discorre e narra di sé. I ritmi poi accettano la loro condizione di remissività, i toni sommessi, la frequenza delle pause (delle parentesi), i periodi che si snodano compatti, coinvolgendo i versi (metricamente sciolti e liberi) per emistichi, il lungo recitativo che a volte ne deriva.”     ETTORE MAZZALI
[Arenaria” nr.1/1985 ]







martedì 25 dicembre 2012

IL SEME DEL NATALE



La nascita di Gesù non deve diventare una semplice celebrazione caratterizzata da riti stanchi e triti vagabondaggi consumistici. E' importante scoprirne la meraviglia, avvicinarsi alla mangiatoia di Betlemme con autenticità e vivere profondamente la nostra rinascita spirituale.  Chi non crede in Dio è spesso attratto però dalla figura carismatica del Cristo, il "bambinello" nasce poi come tanti piccoli indifesi e, subito, rischia di essere perseguitato in maniera molto simile a tanta infanzia ancora oggi. Per questo motivo, forse, il Natale commuove particolarmente e avvicina "genti di pace" (dal manifesto della comunità di Sant'Egidio) tese a trasmettere valori e sentimenti condivisibili da tutti gli uomini di buona volontà   Il Natale induce anche a discutere, riflettere e muovere giuste critiche (è la riprensione cristiana?).   C'è sempre un nemico interiore, dentro e fuori la fede, che minaccia l'uomo integrale.  Il senso del Natale può essere esplorato con l'aiuto della poesia, del canto e della meditazione associando un'attitudine gioiosa all'accoglienza dell'altro come persona: l'amore.
 Ecco due voci che possono suggerire il seme di un percorso di luce interiore. Buona lettura!
Auguri a tutti...


                                                         

   Nel primo testo prevale l'entusismo e l'invocazione pura in uno spirito di vera agapè cristiana. Della stessa autrice  Barbara Lo Fermo è proposta anche la revisitazione del Salmo 43, tratta dall'antologia Nuovi Salmi (una realizzazione della rivista CNTN; curatori: Padre Giacomo Ribaudo e Giovanni Dino). Il testo è attualizzato, ma sempre "in cammino verso" la salvezza. Si coglie la ricerca e la speranza che anima il supplice, completamente rivolto a un Dio che si protende a reggere i passi incerti e faticosi dell'uomo. La speranza, la richiesta d'aiuto che non accetta di essere ignorata, il sincero sentimento di piena apertura  rendano i due testi iniziali del mio post un buon preludio, alla preghiera personale, è il mio augurio!


Principe della Pace



Gesù,

principe della pace,

strappa

dai nostri cuori

l’odio,

la cattiveria e l’egoismo.

Fa che attraverso

il Vangelo e l’esempio

della sacra famiglia,

impariamo ad ascoltare

oltre al silenzio

soprattutto la tua parola..

e poter meditare

con l’amorevole credo

il tuo mistero!

Gesù,

principe della pace,

riempici d’amore

e tanta bontà il cuore

il corpo e lo spirito.

Noi, figli tuoi,

abbiamo ancora bisogno

d’essere guidati!



 


Dall'antolgia Nuovi Salmi: il dialogo totale di  Barbara  Lo Fermo


Dal Salmo 43


Dio liberaci dagli oppressori,

essi tramano alle nostre spalle

ma tu Signore,

sii per me scudo di fortezza

contro di essi.

Tu sei Signore la via la verità e la vita.

I miei peccati mi allontanano da te

e mi gettano nella disperazione delle tenebre.

Ma tu guidato dallo spirito santo tienimi la mano

e guida i miei passi verso di te

in modo che non vacilli più.

Barbara Lo Fermo: Poetessa e giornalista nata nel ‘74, si interessa di videoclip e foto inoltre è attiva nell’ambito parrocchiale. Ha scritto commenti e riflessioni di natura religiosa, in particolare per “A Sua immagine”, giornale della Rai Vaticano.


                                         
Di seguito, suggerisco la lettura del Salmo 146 riscritto da  Anna Maria Curci per l'antologia Nuovi Salmi (CNTN a cura di Giacomo Ribaudo e Giovanni Dino, di cui sopra). Il testo appare equilibrato nella sua struttura formale e per il dialogo, tra coscienza e cultura, che è sotteso alla parola-invocazione. L'armonia trionfante, non sottomessa al male, piuttosto in grado di sconfiggerlo, sembra avvolgere di piena luce chi legge e medita. L'autrice accetta la sfida, rivolge i suoi strumenti azzurri direttamente al mondo, con totale sicurezza di canto, per convertire.  Non può infatti limitarsi a tacere chi sente Dio al suo fianco, la vittoria è tutta spirituale, ma conta esattamente come se la battaglia fosse tra eserciti. Armonia, forza, parola e pane dell'Altissimo sono i termini di questo percorso che allude, in un crescendo mistico, all'eucarestia, attraverso una forma, il Salmo, che apparterrebbe, viceversa, all'Antico Testamento. Da qui la perizia della poetessa, che coglie la centralità dello spirito dei Salmi, alfa e omega della fede ispirata. Il riferimento al talento, presente nel testo, ha poi molteplici significati, riprende la parabola evangelica ben nota, ma si armonizza pure con una nozione del  talento stesso collegabile alla scrittura e alla testimonianza cristiana, vere e proprie espressioni di verità, attraverso la parola, maiuscola, il Verbo, e minuscola, ossia la predicazione umile dell'uomo di fede.  Dire e suggerire, sorprendere e conquistare, sedurre e toccare le corde della commozione, anche questo è scrivere un salmo! L'autrice, Anna Maria Curci, riesce in tal modo a  creare "...una lode che non si consuma".


Dall'antolgia  Nuovi Salmi : "la parola creatrice" di Anna Maria  Curci


 
  Dal Salmo 146



Doni il diapason nuova armonia


a una lode che non si consuma.



Ho accordato chitarre e tastiere

non è timida ormai la mia voce

non si strozza più in gola il mio canto.



Anche voi, non sentite che il tempo

si fa beffe di averi suadenti?

Dei potenti è custode la terra

che ha tremato alla loro oppressione.

Altra forza scorgete, ed è salda

e giammai sarà falso talento.

Vero discernimento si affida

a colei che è la sola a durare.



È parola creatrice, che plasma

e benevola suscita vita.

È parola fidata, è tutela

dall’orrore che schiaccia e corrompe.

Pane vero che intacca la fame,

è vigore che spezza catene,

è la mano che pronta solleva,

squarcia il buio il suo verbo perenne.

È un mantello il suo amore fedele

per chi ama giustizia e si espone,

per coloro che stenti e violenza

hanno spinto a vagare: gli esclusi

li accoglie e sbaraglia chi empio respinge.

No, non finge splendore il suo regno,

ma le età tutte unisce nel canto.



Schiere donino nuova armonia

a una lode che non si consuma.


Anna Maria  Curci



Anna Maria Curci: Poetessa e traduttrice, impegnata nella promozione della cultura. E’ insegnante di scuola secondaria e s’interessa dell’educazione pluringuistica dei giovani, a Roma dove vive dalla nascita (1960). In qualità di studiosa, ha pubblicato svariati saggi, didattici, inerenti alla mediazione linguistica e centrati sulla traduzione. Ha scritto per antologie di letteratura tedesca, corsi di lingue e riviste quali: Frontiere, Journal of Italian Translation; Traduttologia.
Degna di nota è la presenza dei suoi lavori nei blog, scrive infatti sul suo Cronache di Mutter Courage, Unterwegs/In cammino, su Poetarum Silva, come redattrice, inoltre per La poesia e lo spirito, La dimora del tempo sospeso, Neobar e VDBD.  Annovera suoi testi anche il sito Poeti del parco.  Ha pubblicato la silloge di poesie "Inciampi e marcapiano" ( Erato – Lietocolle; 20

[biografie delle autrici liberamente adattate da “Nuovi Salmi” - CNTN]


Marzia Alunni