domenica 13 maggio 2012

IL VOLTO DELL'AMORE

Questa poesia di Maria Grazia Lenisa fa parte della silloge "Terra violata e pura" del 1975. Il Libro, caratterizzato da un'attitudine per l'analisi ed il bilancio esistenziale, presentava questa poesia per Ada Lenisa di cui suggerisco la lettura. E' un testo di rara intensità, nella estrema purezza dell'amore verso la propria madre gli accenti sono simili a quelli di un fervente innamorato. Ricordo che Maria Grazia confermava di aver vissuto una straziante nostalgia della sua giovane, attraente, ma a volte lontana, mamma Ada. Era un sentimento non dissimile dalla gelosia per l'aria che la sfiorava e per la luce tesa ad illuminarla.
   Qui unisco al profilo di Ada Lenisa un disegno di Maria Grazia Lenisa del 1975 realizzato da Dino Alunni (marito).

                                                                                                                                        13 maggio 2012
CHI POTRA' DIRE


Chi potrà dire il tuo volto
di miniato codice
al lume serale?
Sottili polpastrelli d'aria
sfiorano
ragnatele di baci.
Chi potrà dire il poema
della tua fronte polare?
Non altri, non altri che me.
Eredità di dolcezza,
occhi mansueti di madre,
non odio, non odio
dentro di te... scioglimi
con il tuo amore, sono parte di te.

Maria Grazia Lenisa

Ada Lenisa , madre della poetessa e mia nonna

Maria Grazia Lenisa, mia madre e figlia "innamorata" di Ada

mercoledì 21 marzo 2012

GIORNATA DELLA POESIA

Saffo e Alceo

Splendidi testi che riporto dalla Rete e meravigliosa consonanza in questa celebrazione della ‘Giornata della poesia’! Sororale e pura, la voce di Annamaria Ferramosca integra il cammino, intrapreso con il primo testo da Maria Grazia Lenisa, costruisce ponti sul nulla della presenza venuta a mancare. In tal modo la poesia non cessa, rimane, prosegue, s'inerpica per strade ripide e ascensionali. La trama degli aggettivi, intensi, di "a Saffo posso rispondere solo per frammenti" s'innesta nella visione d'insieme, vero e proprio "soffio estrogenico". Rinate nel corpo-luce, le donne sono il corrispettivo della poesia, la testualità è dunque, nel senso più profondo della parola, 'imeneo' di grazia. Il legame tra le due poetesse, qui accostate, ricorda a ciascuno di noi che ne esiste un'altra, Saffo, la splendida protagonista. La sua aura preziosa si stende sui versi, respira l'aroma delle pagine, vergate con eros, si eleva attraverso l'impegno sotteso a ciascun testo nel suo nome prodotto e a lei dedicato. In conclusione sebbene ogni autrice manifesti una spiccata originalità, evidente è la fede nella poesia che le unisce oltre qualsiasi diversità di singola poetica. Il contagio eletto non può fermarsi al numero tre ed ecco sopraggiungere i versi di Fernanda Ferraresso che riecheggiano la freschezza di un mondo primordiale. Dai "pensieri sogni parola" alla "s-piumata ver(ti)gine" c'è un percorso in crescendo d'intensità magmatica eppure lieve come il 'vello' della vita rivisitato attraverso le parole delle donne.    
                                                                                                     Marzia Alunni



               Il papiro di Cleis

O vaso di profumi e di erbe schiacciate,

         odori camuffati d’adolescenze

                    verdi.

Ma Lei profuma tutta come l’erbetta

              nuova dal retrogusto aspro,

al collo il fagottino con l’odore di aglio,

                       intriso nell’aceto,

piccola Cleis che gli dèi annusano, figlia

mia così pura con un vago sentore di bimba,

e paglia tèpida, bianco guscio dell’uovo,

              o sua stordita Infanzia.



Maria Grazia Lenisa [Saffo Chimera Bastogi 2004]







a Saffo posso rispondere solo per frammenti



Afrodite amica al mio fianco

le sue dita ---- tocco

che abbrivida le aree cerebrali ----

che s’immergano pure

nei più nascosti umori nelle cellule

---- soffio estrogenico----  imbeve

pelle respiro aria che muove

a Gongila l’orlo della veste e sommuove



noi sottilmente erose da eros

noi----  corpoluce che oltrepassa il tempo

canto indelebile ----  nutre le Muse ----

canto ci sorprende

sull’ultima nota a labbra aperte

occhi rovesciati ---- in alto

l’arco di lunartemide intatto



non odio più le rughe che verranno

se tempo e lontananza non ti annullano----



va’ pure, arriva lo sposo febbrile   imeneo

lui raccoglierà fiori d’oro               imeneo



si abbatte su me la notte

in sogno----   un cielo di splendenti lune

a sollevare acque---- si muove in onde fertili

grande la madre----

dormo sola

ma su di noi non può la solitudine

Annamaria Ferramosca [ testo in tema pubblicato su Italian Poetry Revue, vol.IV, 200]







A Sappho



Tu

corpo che hai tutti

i miei semi

i semi di me che rido e ballo

e respiro l’amore

... il seme dell’amore prima

prima ancora che sia forma.



Questa mia

vita s-piantata tra

le costole

un d’io si s/fa

pensiero sogni parola



Questa vita

fecondata

sè-con-data

carme senza piume

profonda solenne

s-piumata ver(ti)gine

origine in me

vita che evolve

fulva in un vello

l’antichissima femmina.



Fernanda Ferraresso [postato il 29/07/08 su http://fernirosso.wordpress.com/2008/07/29/a-sappho/ ]

domenica 18 dicembre 2011

BUON NATALE A TUTTI !

                                            
                                       Annunciazione di Simone Martini - Galleria degli Uffizi

Arthur piangeva contemplando "L'Annunciazione" di Simone Martini

                                                                        a Renzo Barsacchi, in memoria

E che riottosa e di se stessa, chiusa, la mano
a trattenere il suo mantello, quasi quasi
per piangere (pura) ed impaurita dall'enorme
angelo con ali grandi di aquila regia, in ginocchio
ed estraneo al suo messaggio: Lei penetrata
contro voglia (luce dentro il seme di maschio).
Una pulzella, come in sogno il corpo che sfugge
pure al suo pudico sguardo e quell'uccello
che si prostra - l'angelo - di vista acuta, con in mano
un ramo (non sappiamo se mirto o che altro),
a Lei vicino campanelle nel vaso.
                                                           O mio Simone
tenero, gentile, tu che donasti levità fuggente
alla Donna di Dio, l'angelo greve sotto il peso
d'ali. Maria, senz'ali, con le spalle strette, senza
più corpo a rifiutare il seme. Pareva No la smorfia
delle labbra nel tondo viso d'infanzia, forzata
nella sua calma integrità. Che assalto! L'angelo
flesso in nome di quell'Altro e tanta luce
potente di spada.
                                                         Arthur piangeva
lacrime infantili... "Ti riconosco - mi diceva piano -
così appartata."
                                       Non cacciava l'angelo, gridando
forte a spaventarlo?
                                                          "E' mia questa
fanciulla che nessuno indìa, non darà frutto ormai
che di POESIA."


Maria Grazia Lenisa       [da "La Ragazza di Arthur" - Bastogi; 1992]

* Arthur è la proiezione inventata del poeta Arthur Rimbaud, giocosamente, la Ragazza è Maria Grazia Lenisa.
Auguri di serene festività, con questa insolita fantasia sul tema dell'Annunciazione, da Marzia Alunni.

sabato 26 novembre 2011

"...SU QUESTA TERRA NESSUNO CI AMA"

                                                             Parco del Valentino d'inverno

NOTTE AL VALENTINO



Era distesa senza più la vita in quella notte

(pizzico di dio la droga), poi fuggì stretta

al suo Dio. Isola bianca s’apriva al mattino.


Ritarda quel compagno che non teme di drogarsi

d’amore, ha messo a un piede la pantofola insigne,

all’altro stringe il suo pattino alacre.

                                                  (Mi respingi?)

Vieni ragazza-mandola a cui nuda i capelli

rivelano la cute e l’occhio non s’accende,

non fa luce, dio ti sta sopra che ti brucia i peli.

Cade dall’alto la droga, non vedi? Ci drogheremo

insieme là nei cieli.

                         Viva è la notte con sesso

di rosa, il sodomita sogna che sorrida tutta di glutei

l’erba dei suoi prati, angioli vede, gonfie gote

e pace di pifferi che suonano il suo inno:

                                               “Freude schöner…”

Ecco il mattino e Lei nella milizia degli spazzini

angeli riappare: “Erano i morti a riscaldare dolci

col vivo fiato le piccole rose a meno dieci gradi”.

                     Chi le colse?

Io ne farò ghirlanda per Te, fronte che non conosco,

sudata d’angoscia che peni nelle maglie della notte.

C’è solo merda per chi non s’inquadra!

                                                      Dio mi sorride,

lieto mi accompagna, sollevandomi alta tra le braccia,

voi riderete perché sono salva. La milizia degli angeli

con l’alba toglie dal passo bossoli, chitarra, guanti,

siringhe, i miei versi bruciati.

                                       “E’ così roca la voce

dell’alba – diceva dolcemente la Compagna – su questa

                                                                          terra

                          nessuno ci ama”.




Maria Grazia Lenisa    ( da L'ILARITA' DI APOLLO; Bastogi - dic. 1983)




  Secondo Padre Cornelio Fabro (nella prefazione a Test; Arti grafiche Nobili; Terni 1973)  Maria Grazia Lenisa "... stupì i critici per la sicurezza e forza del suo linguaggio e per una sua sconcertante sincerità che dava alla sua poesia quasi il carattere di 'documento', di segno dei tempi, di una partecipazione discreta ma risoluta al dramma della vita universale...".
  A distanza di un decennio l'attitudine, segnalata dal filosofo, si rivelava abbastanza esatta, anche in strutture e contesti totalmente differenti.  E' questo il senso di scritture, rispettivamente in poesia e nella critica, destinate a rimanere, a dispetto delle, sempre meno giustificabili, reticenze ed omissioni.                                        
                                                                     Marzia Alunni


venerdì 29 luglio 2011

LA SIGNIFICANZA NELLA POESIA DI MARIA ROSARIA LASIO

Il percorso di analisi, inerente alla scrittura poetica, che mi trovo ad affrontare in questo blog, sarebbe incompleto senza la proposta di una voce, discreta e profonda, della poesia al femminile come quella di Maria Rosaria Lasio. Leggendo la silloge ‘NOMINARE LE COSE’ che le appartiene se ne trova conferma, per la lettura, a suo modo gradevole, ma soprattutto in virtù della ricerca interiore, affrontata con silenziosa determinazione. L’autenticità del percorso di scavo psicologico appare evidente, studiando il lessico pregnante di significato eppure mai troppo oscuro da frapporre un ostacolo alla condivisione che i testi rivelano.

Un’istanza che è ricercata, difesa, con urgenza e responsabilità verso le problematiche afferenti alla comunicazione, ivi compreso il tema arduo dell’incomunicabilità mai da sottovalutare.

Il senso di un residuo, immanente alla coscienza, cui attingere per ricostruire memorie e stati d’animo fondanti è sottolineato da termini quali per esempio: “approdo, conoscenza, appartenenza, significanza e viandanza” (Inquieta essenza). Il ruolo giocato dalle scelte lessicali è davvero strategico. Pervade ogni testo l’esigenza di filtrare e cogliere i dati salienti, ricostruire relazioni originarie per giustificare un presente che deve raccordarsi con gli altri tempi dell’esistenza, ad onta di irrisolvibili contraddizioni legate alla finitudine umana.

Il rapporto, tra gli uomini, i trapassati e il futuro, si apre alla responsabilità etica per Maria Rosaria Lasio, senza pretese di scalfire il mistero metafisico che sottende il tutto. Nel secondo testo qui presentato ( Evento), il tono si fa di elevata denuncia, sebbene l’autrice non sveli tutto l’arcano, ma lasci libero d’interpretare e contestualizzare il lettore. Prevale comunque il sentimento di una censura, prima di tutto, ma non solo, psicologica, verso ciò che per definizione è assolutamente innaturale ed errato, la dove si afferma a chiare note: “…Non ho alternative e spengo i neuroni…” Ritrova poi un suo spazio, nella chiusa, l’interrogativo sull’esistenza, e quello gnoseologico, che impongono all’uomo di recuperare maturità di giudizio, attraverso una lotta fatalmente da percorre in solitudine.

L’ultimo rilievo da fare è un ringraziamento alla Casa Editrice Fermenti, di Velio Carratoni, per aver ospitato la silloge. E’ una conferma, peraltro non necessaria, ma molto gradita, della qualità che la contraddistingue da sempre.

La parola dunque ai due testi citati di Maria Rosaria Lasio: Inquieta essenza ed Evento.

       Buona lettura!               Marzia Alunni



Inquieta essenza



A star ferma qui

affondano i miei piedi nel pantano,

e non basta lasciar andare gli occhi,

gettare la lenza più avanti

per pescare un approdo lontano,

più calmo, più mio.



E anzi è proprio nel punto

in cui acqua e cielo si fondono,

che la mappa della conoscenza

s’allarga e disarma d’un tratto

ogni appartenenza.



E’ forte e debole

il mio codice di significanza:

la distanza interpreta

come sillaba di un discorso

ancora di estraniamento.



Mi stanco sempre di tutto in fretta,

e pesa, pesa la valigia che porto con me

anche dopo averla liberata

del superfluo e d’ogni rimpianto.



Non viaggio ma viandanza

al presente inseguo

come in-quieta mia essenza.

Maria Rosaria Lasio



Evento



Ci vuole un altro cielo e altri pensieri

per uscire dalla rappresentazione.



La tragedia in presa diretta,

l’indignazione telecomandata.



Non ho alternative e spengo i neuroni.



Ingoio le parole come nastro incastrato.



Solo il silenzio a dire l’indicibile orrore,

tanto il cuore continua a pulsare

sangue e rabbia e desolazione.



Sottrazione alla luce e alla commiserazione

ai flash e ai battimani, allo scorrimento

di immagini e di inquadrature…



Non spiego, non mi spiego, non mi piego.



Ma alla fine è un pensiero l’addendo

che lento risale come lenza dal pozzo

disperato e solo.

Maria Rosaria Lasio


In Fig. [Edward Hopper: compartment C car, olio su tela 1938]

venerdì 1 luglio 2011

LE INTENSE PIANURE DI NADIA AGUSTONI

Nebbia sull'Adda
Nella lettura dell'ultimo libro di Nadia Agustoni si trovano davvero molti spunti fertili e importanti per la comprensione dell'opera. Non posso che ricordare, intanto che il testo mi prende con le sue intense ed espressive valenze, quanto scrissi per il blog lpels sullo stesso argomento.  Voglio riferirne la sostanza con l'accompagnamento di un testo-chiave di Nadia Agustoni.

"Ne “Il peso di pianura” emerge un confronto incessante, una dialettica con la vita. L’esistere è frutto di sofferenza, non sterile, naturalmente, piuttosto la ricompensa è dura da ottenere. Nei versi traspare episodicamente una nota di amarezza che tuttavia si compone armoniosamente nella profonda e radicata coscienza del dovere, dell’umanità totale e compassionevole intorno al poeta-testimone. Essere e dover essere tendono a coincidere nel bello, ma l’unione è cercata con pudore, senza compiacimenti per virtuosismi di stile, rigidi e poco significativi.

Si vedano questi versi: “…dev’essere pronuncia / quel che io non pronuncio / e un bene senza speranza / l’unica preghiera. ”

La meditazione qui è muta, silenziosamente denota un’attitudine religiosa, ma senza confessionalità. La religione di Nadia è l’umano, i legami forti con le idee, il passato che richiede attenzione e cure, nella persona dei nostri cari, dei “non più vivi”, ma sempre presenti tra noi nell’anima. “Gerusalemme..se mai ti scorderò…” dice la tradizione cristiana, eppure spesso trascuriamo le persone e le verità essenziali, così non può fare il poeta vero. L’Agustoni senbra approdare perciò ad una consapevolezza etica fondamentale. Il concetto di impegno, correlato ad essa, supera i confini dell’agone politico e s’innesta nella quotidianità di un vissuto, il nostro, che è solidale, costante e rispettoso. Nelle poesie presentate si avverte anche un tacito senso di critica, sotteso alla meditazione etico-filosofica, appare come una nota di continuità rispetto alla produzione del “Taccuino nero”. Ben lungi da rappresentare una cesura con il passato, quest’opera lo integra e lo sviluppa alla luce di un umanesimo totale e responsabile che non può non suscitare un sentimento di forte condivisione nei lettori e nella critica."
                                                                                                                                      Marzia Alunni



sull’adda una domenica d’inverno



la città degli uccelli impazziti

ci arriva il fiume – io imparo mai niente

parlo un buffo cosmo rotondo – c’è in canali

e fondamenta l’oh di voce e il gesto

viene a parentesi niente eterno i passeri

crescono fame picchiano nel gelo di correnti

e la riva è proposito di terra

slarga in buio rettangolo di ponte

e dentro i campi va a falce l’occhio

più un’altra vita ci pensi che questa.


Nadia Agustoni