venerdì 29 luglio 2011

LA SIGNIFICANZA NELLA POESIA DI MARIA ROSARIA LASIO

Il percorso di analisi, inerente alla scrittura poetica, che mi trovo ad affrontare in questo blog, sarebbe incompleto senza la proposta di una voce, discreta e profonda, della poesia al femminile come quella di Maria Rosaria Lasio. Leggendo la silloge ‘NOMINARE LE COSE’ che le appartiene se ne trova conferma, per la lettura, a suo modo gradevole, ma soprattutto in virtù della ricerca interiore, affrontata con silenziosa determinazione. L’autenticità del percorso di scavo psicologico appare evidente, studiando il lessico pregnante di significato eppure mai troppo oscuro da frapporre un ostacolo alla condivisione che i testi rivelano.

Un’istanza che è ricercata, difesa, con urgenza e responsabilità verso le problematiche afferenti alla comunicazione, ivi compreso il tema arduo dell’incomunicabilità mai da sottovalutare.

Il senso di un residuo, immanente alla coscienza, cui attingere per ricostruire memorie e stati d’animo fondanti è sottolineato da termini quali per esempio: “approdo, conoscenza, appartenenza, significanza e viandanza” (Inquieta essenza). Il ruolo giocato dalle scelte lessicali è davvero strategico. Pervade ogni testo l’esigenza di filtrare e cogliere i dati salienti, ricostruire relazioni originarie per giustificare un presente che deve raccordarsi con gli altri tempi dell’esistenza, ad onta di irrisolvibili contraddizioni legate alla finitudine umana.

Il rapporto, tra gli uomini, i trapassati e il futuro, si apre alla responsabilità etica per Maria Rosaria Lasio, senza pretese di scalfire il mistero metafisico che sottende il tutto. Nel secondo testo qui presentato ( Evento), il tono si fa di elevata denuncia, sebbene l’autrice non sveli tutto l’arcano, ma lasci libero d’interpretare e contestualizzare il lettore. Prevale comunque il sentimento di una censura, prima di tutto, ma non solo, psicologica, verso ciò che per definizione è assolutamente innaturale ed errato, la dove si afferma a chiare note: “…Non ho alternative e spengo i neuroni…” Ritrova poi un suo spazio, nella chiusa, l’interrogativo sull’esistenza, e quello gnoseologico, che impongono all’uomo di recuperare maturità di giudizio, attraverso una lotta fatalmente da percorre in solitudine.

L’ultimo rilievo da fare è un ringraziamento alla Casa Editrice Fermenti, di Velio Carratoni, per aver ospitato la silloge. E’ una conferma, peraltro non necessaria, ma molto gradita, della qualità che la contraddistingue da sempre.

La parola dunque ai due testi citati di Maria Rosaria Lasio: Inquieta essenza ed Evento.

       Buona lettura!               Marzia Alunni



Inquieta essenza



A star ferma qui

affondano i miei piedi nel pantano,

e non basta lasciar andare gli occhi,

gettare la lenza più avanti

per pescare un approdo lontano,

più calmo, più mio.



E anzi è proprio nel punto

in cui acqua e cielo si fondono,

che la mappa della conoscenza

s’allarga e disarma d’un tratto

ogni appartenenza.



E’ forte e debole

il mio codice di significanza:

la distanza interpreta

come sillaba di un discorso

ancora di estraniamento.



Mi stanco sempre di tutto in fretta,

e pesa, pesa la valigia che porto con me

anche dopo averla liberata

del superfluo e d’ogni rimpianto.



Non viaggio ma viandanza

al presente inseguo

come in-quieta mia essenza.

Maria Rosaria Lasio



Evento



Ci vuole un altro cielo e altri pensieri

per uscire dalla rappresentazione.



La tragedia in presa diretta,

l’indignazione telecomandata.



Non ho alternative e spengo i neuroni.



Ingoio le parole come nastro incastrato.



Solo il silenzio a dire l’indicibile orrore,

tanto il cuore continua a pulsare

sangue e rabbia e desolazione.



Sottrazione alla luce e alla commiserazione

ai flash e ai battimani, allo scorrimento

di immagini e di inquadrature…



Non spiego, non mi spiego, non mi piego.



Ma alla fine è un pensiero l’addendo

che lento risale come lenza dal pozzo

disperato e solo.

Maria Rosaria Lasio


venerdì 1 luglio 2011

LE INTENSE PIANURE DI NADIA AGUSTONI


 Nella lettura dell'ultimo libro di Nadia Agustoni si trovano davvero molti spunti fertili e importanti per la comprensione dell'opera. Non posso che ricordare, intanto che il testo mi prende con le sue intense ed espressive valenze, quanto scrissi per il blog lpels sullo stesso argomento.  Voglio riferirne la sostanza con l'accompagnamento di un testo-chiave di Nadia Agustoni.

"Ne “Il peso di pianura” emerge un confronto incessante, una dialettica con la vita. L’esistere è frutto di sofferenza, non sterile, naturalmente, piuttosto la ricompensa è dura da ottenere. Nei versi traspare episodicamente una nota di amarezza che tuttavia si compone armoniosamente nella profonda e radicata coscienza del dovere, dell’umanità totale e compassionevole intorno al poeta-testimone. Essere e dover essere tendono a coincidere nel bello, ma l’unione è cercata con pudore, senza compiacimenti per virtuosismi di stile, rigidi e poco significativi.

Si vedano questi versi: “…dev’essere pronuncia / quel che io non pronuncio / e un bene senza speranza / l’unica preghiera. ”

La meditazione qui è muta, silenziosamente denota un’attitudine religiosa, ma senza confessionalità. La religione di Nadia è l’umano, i legami forti con le idee, il passato che richiede attenzione e cure, nella persona dei nostri cari, dei “non più vivi”, ma sempre presenti tra noi nell’anima. “Gerusalemme..se mai ti scorderò…” dice la tradizione cristiana, eppure spesso trascuriamo le persone e le verità essenziali, così non può fare il poeta vero. L’Agustoni senbra approdare perciò ad una consapevolezza etica fondamentale. Il concetto di impegno, correlato ad essa, supera i confini dell’agone politico e s’innesta nella quotidianità di un vissuto, il nostro, che è solidale, costante e rispettoso. Nelle poesie presentate si avverte anche un tacito senso di critica, sotteso alla meditazione etico-filosofica, appare come una nota di continuità rispetto alla produzione del “Taccuino nero”. Ben lungi da rappresentare una cesura con il passato, quest’opera lo integra e lo sviluppa alla luce di un umanesimo totale e responsabile che non può non suscitare un sentimento di forte condivisione nei lettori e nella critica."
                                                                                                                                      Marzia Alunni



sull’adda una domenica d’inverno



la città degli uccelli impazziti

ci arriva il fiume – io imparo mai niente

parlo un buffo cosmo rotondo – c’è in canali

e fondamenta l’oh di voce e il gesto

viene a parentesi niente eterno i passeri

crescono fame picchiano nel gelo di correnti

e la riva è proposito di terra

slarga in buio rettangolo di ponte

e dentro i campi va a falce l’occhio

più un’altra vita ci pensi che questa.


Nadia Agustoni